La riforma costituzionale e l’età della pietra

Oggi, 18 agosto 2016, ho inviato una mail all’ex presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, in risposta a questo post. La pubblico anche qui, perché credo possa risultare utile a chi non si accontenta di slogan e tenta di informarsi correttamente in vista del referendum popolare di novembre.

Caro Franco,
ti confesso che ero molto incerto circa il voto al prossimo referendum. Snellire le procedure, eliminare un po’ di burocrazia, abbassare il numero dei parlamentari sono da sempre obiettivi che condivido, ma qualcosa non mi ha mai convinto in questa proposta. Mi ripromettevo di approfondire al rientro dalle vacanze, poi ho letto questo post pubblicato sul tuo sito e credo di non averne più bisogno: “Oggi la Regione Puglia blocca assurdamente la costruzione del gasdotto Tap. La contesa? Lo spostamento di 123 ulivi. Il progetto Tap è di interesse italiano e comunitario: dal 2020 porterà 10 mld di metri cubi di gas dal cuore dall’Asia. Con la riforma, l’economia guadagnerà finalmente velocità”.
Credo che una corretta informazione debba far notare ai cittadini che non sarà l’economia a guadagnarci, ma un esiguo gruppo di soliti noti, che il gas, con carbone e petrolio, è il maggiore responsabile dei cambiamenti climatici che già ci stanno costando enormemente in termini economici, ambientali e di vite umane. Una corretta informazione dovrebbe far notare che gas e gasdotti rappresentano il passato, non un passo avanti, che l’economia del futuro passa obbligatoriamente attraverso altre scelte e se vogliamo giocare un ruolo da protagonisti non possiamo permetterci di restare “succubi” di Paesi ricchi di materie prime di cui non abbiamo bisogno.
Un amico mi faceva notare che l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre… L’era del petrolio e del gas sta volgendo al termine perché esistono tecnologie più efficienti, moderne, democratiche e meno inquinanti.
In conclusione, non sono disposto a spostare neppure un ulivo per agevolare gli interessi di chi vorrebbe farci restare in un “medioevo energetico” e questa potrebbe già essere una ragione sufficiente per votare NO a una proposta sbandierata in difesa degli interessi popolari, che, appena approfondisci, scopri tutela le solite caste.

La comunicazione ambientale deve diventare sexy

Intervista al professor Paolo Pileri del Politecnico di Milano, editorialista per Altreconomia, Avvenire e Stampa.
“Bisogna uscire da un dialogo tra addetti ai lavori e abbandonare i toni catastrofisti. Con ambiente e sostenibilità si lavora, si fa società, si cresce, si mitigano le disuguaglianze e si migliora”.

cosa c'è sottoL’autore del libro Che cosa c’è sotto sostiene che la narrazione ambientale debba cambiare passo, acquistare ritmo e lanciare proposte. Un compito non facile anche alla luce del modesto interesse suscitato dall’enciclica di papa Francesco, Laudato sì che non è stata discussa neppure nelle scuole cattoliche. A guidarci devono essere la cultura e “l’onestà del dubbio”.

Buona visione

ENI lo stato parallelo, intervista ad Andrea Greco

Lilli Gruber

La conduttrice di Otto e mezzo su La7

Uno degli autori dell’ultima inchiesta giornalistica sull’ENI parla di politica energetica e libertà di stampa a margine della puntata di Otto e mezzo che ha avuto come ospite Paolo Scaroni. “Lilli Gruber non ci ha invitato, ma Marco Da Milano è stato bravo e incalzante”.

L’intreccio tra politica, affari e informazione. Quali sono le forze in campo? Il giornalismo italiano è davvero libero?

Chi volesse approfondire la storia della maggiore azienda italiana e del suo fondatore, Enrico Mattei, può trovare diverso materiale interessante su habitami.it curato da Giovanni Pivetta.

Non si può fermare il vento

In occasione del 25 aprile, ripropongo il mio editoriale per Habitami pubblicato il 19 aprile scorso.

Il risultato del referendum maldestramente denominato NoTriv è chiaro. La sconfitta del fronte del sì, inequivocabile. La competizione prevedeva fin dall’inizio che occorresse convincere il 50%+1 degli aventi diritto a recarsi alle urne. Siamo stati poco più del 31%, quindi abbiamo perso.
Fossimo stati il 48% sarei incazzato. Questo risultato, invece, mi amareggia, non tanto per le conseguenze pratiche che, come ho sottolineato più volte, non spostano di una virgola i problemi relativi al nostro fabbisogno energetico, quanto perché ancora una volta la maggioranza (il 69% che è rimasto a casa) non ha capito che sulle questioni energetiche ci giochiamo buona parte del futuro. Per questo sarebbe opportuno informarsi ed esprimersi. Mi sento deluso anche se è evidente che il futuro sarà delle fonti rinnovabili e non di quelle fossili (lo ha riconosciuto perfino Renzi), ma il punto sono i tempi di questa transizione e le modalità con cui verrà praticata. Come scrive oggi Antonio Ciancullo su Repubblica.it
“Il punto è che dal 2014 ci siamo mangiati buona parte dei vantaggi energetici che avevamo accumulato. Sul fotovoltaico appena arrivati in cima alla classifica abbiamo cominciato a perdere colpi. Migliaia di posti di lavoro nelle rinnovabili sono andati in fumo. L’annunciato green act è come l’araba fenice: invisibile da due anni”.
Non sono questioni tecniche, i decreti attuativi lo sono, la filosofia che dovrebbe ispirarli ha il medesimo valore civile e politico della scelta tra monarchia e democrazia, tra favorevoli e contrari al divorzio.
Ecco quello che mi ferisce di più è che abbia vinto il menefreghismo. Nel 2012 scrivevo: “Non essere informati non è più
una scusa accettabile. Se vogliamo provare a cambiare qualcosa non possiamo più chiudere gli occhi e continuare a delegare firmando assegni in bianco. Alberto Bertuzzi, il “difensore civico” scomparso ormai venticinque anni fa, ricordava che la differenza tra un suddito e un cittadino è semplice. Il suddito non sa, mentre il cittadino sa come difendere i propri diritti, ovviamente nell’osservanza dei propri doveri e invitava a dubitare, disobbedire e combattere”.
Quest’anno per spiegare a mia figlia, da poco maggiorenne, perché fosse giusto andare a votare mi sono fatto aiutare dalla famosa canzone di Giorgio Gaber che ricorda come il termine libertà debba essere coniugato con partecipazione. Oggi alla luce dei questo deludente risultato mi appiglio a un’altra canzone, questa volta di Fabrizio De André, in una versione poco nota e, ai tempi, censurata. Alcuni passaggi del testo, mi sembra, si adattino perfettamente alla situazione. Li ho evidenziati in neretto.

Anche se il nostro maggio (in questo caso aprile)
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto guardare in terra
se avete deciso in fretta
che non era la vostra guerra
voi non avete fermato il vento
gli avete fatto perdere tempo.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
voi siete stati lo strumento
per farci perdere un sacco di tempo
.

Se avete lasciato fare
ai professionisti dei manganelli
per liberarvi di noi canaglie
di noi teppisti di noi ribelli
lasciandoci in buonafede
sanguinare sui marciapiede
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c’eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
se sono rimasti a posto
perfino i sassi nei vostri viali
se avete preso per buone
le “verità” dei vostri giornali
non vi è rimasto nessun argomento
per farci ancora perdere tempo.

Lo conosciamo bene
il vostro finto progresso
il vostro comandamento
“Ama il consumo come te stesso

e se voi lo avete osservato
fino ad assolvere chi ci ha sparato
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
voi non potete fermare il vento
gli fate solo perdere tempo
.

Scaroni in Tv

paolo scaroni

Paolo Scaroni per 9 anni ha guidato l’ENI

Non capita spesso di ascoltare Paolo Scaroni in televisione. Segnalo, quindi, la puntata di mercoledì 20 aprile 2016 di Otto e mezzo sul La7. Per il momento non faccio alcun commento, anche il titolo di questo post è volutamente asettico. Vorrei sentire la vostra opinione. Siete tutti invitati a commentare.