Il referendum di cui non si parla

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Il referendum NoTriv del prossimo 17 aprile rappresenta un doppio esempio di mala politica. Male nella forma, malissimo nella sostanza. Il governo si augura non raggiunga il quorum, ma ci sono segnali importanti che indicano il contrario.

Predicare bene e razzolare male, anzi malissimo è un vizietto tipico di molte classi dirigenti. La politica italiana non rappresenta un’eccezione. Uno degli esempi più eclatanti di quanto poco conti il bene collettivo è rappresentato dal referendum del prossimo 17 aprile, quello ribattezzato NoTriv.

Un doppio esempio di mala politica, formale e sostanziale. La scelta di non accorpare il referendum con le prossime elezioni amministrative, come chiedevano i comitati promotori, rappresenta uno sperpero di denaro pubblico incomprensibile in tempi di spending review, ancor più sospetta perché arriva da una maggioranza di governo che cinque anni fa aveva gridato allo scandalo in occasione dei referendum su nucleare e acqua pubblica.

Allora il governo Berlusconi, nella vana speranza che non venisse raggiunto il quorum, decise di sperperare trecento milioni di euro di denaro pubblico impedendo agli italiani di esprimersi sui quesiti referendari nello stesso giorno in cui avrebbero votato per il comune e la regione.

Una vergogna, sperperati 300 milioni di euro”
In rete si trovano ancora le dichiarazioni scandalizzate di Renzi, Franceschini, Finocchiaro e tanti altri allora all’opposizione. Gli stessi motivi d’indignazione di allora sono validi oggi. Anzi quest’anno indire il referendum il 12 giugno in concomitanza con il primo turno delle elezioni amministrative avrebbe probabilmente consentito di votare anche per altri due quesiti.

Dei sei proposti inizialmente, infatti, soltanto quello relativo alla durata delle concessioni è stato ammesso dalla Cassazione. Altri due quesiti, riguardanti norme introdotte dallo Sblocca Italia, poi modificate dalla Legge di Stabilità, potrebbero rientrare in gioco, ma la scelta della data del 17 aprile impedirà che si possano votare contestualmente. La Consulta deve ancora esprimersi su un conflitto di attribuzione. Se venissero considerati ammissibili, dovremo votare una seconda volta e lo spreco di denaro pubblico salirebbe a seicento milioni.

Nella sostanza c’è, poi, molto più di qualcosa che non torna. Le dichiarazioni del ministro Galletti e dell’intero governo al rientro dalla COP21 di Parigi nel dicembre scorso, appaiono in netto contrasto con le decisioni varate in tema di energia e difesa dell’ambiente. Se si vuole realmente contrastare l’innalzamento della temperatura del pianeta, occorre abbattere le emissioni di CO2. Il primo passo dovrebbe essere quello di limitare al massimo il consumo di combustibili fossili, non incentivarlo.

La maggioranza guidata da Renzi, però, non ha alcuna intenzione di agevolare la transizione verso le energie rinnovabili (alcune norme del decreto Sblocca Italia e della Legge di Stabilità lo dimostrano chiaramente) e si è ben guardata dal modificare l’imbarazzante Strategia Energetica Nazionale varata da Corrado Passera nel 2012. Una strategia basata sulla convinzione che l’Italia sia ricca di giacimenti petroliferi e riserve di gas naturale, manco fossimo gli Emirati o la Russia. In cambio di royalties tra le più basse d’Europa, così, vengono concesse autorizzazioni a trivellare penisola e coste, mettendo in serio pericolo ambiente e turismo, questa sì una risorsa universalmente riconosciuta.

Molti sforzi per cercare soluzioni concre­te alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinte­resse degli altri”.
Qualcosa però sta cambiando. L’enciclica di papa Francesco ha proposto per la prima volta al mondo cristiano il tema della difesa di valori prioritari in modo chiaro e inequivocabile. Nelle prime pagine del Laudato sì il pontefice scrive: “Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dia­logo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta… Il movimento ecologico mondia­le ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Pur­troppo, molti sforzi per cercare soluzioni concre­te alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinte­resse degli altri”.

Anche dal mondo imprenditoriale arrivano alcuni segnali positivi. Per esempio il pastificio La Molisana ha pianificato una campagna pubblicitaria per manifestare il proprio impegno contro le trivellazioni alle isole Tremiti. Un bell’esempio di impegno sociale che potrebbe essere ripreso anche da altre aziende.

Insomma, l’esito del voto non appare per nulla scontato e gli sforzi del governo per far passare quasi inosservato l’appuntamento referendario potrebbero rivelarsi vani.

Lo smacco subito nel referendum contro il nucleare ha segnato l’inizio della fine per il governo Berlusconi. Chissà che gli italiani abbiano voglia di far sentire la propria voce anche il 17 aprile!

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