Riforma costituzionale ed età della pietra

Cari amici del sì,
il 18 agosto scorso ho avuto uno scambio d’opinioni con Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, per spiegare cosa non mi convincesse della riforma costituzionale che dovremo votare il 4 dicembre. Mi sono limitato alla questione del gasdotto TAP al quale si è interessato anche Report nella puntata del 21 novembre scorso.
Ho deciso di rendere pubblico lo scambio di email con Abruzzo e di integrarlo con la puntata del programma di Milena Gabanelli (chi ha fretta può iniziare direttamente dal minuto 35 e 30 secondi) della quale condivido le conclusioni: “Tutto quello che deve fare il Consiglio di Europa è pretendere dai paesi membri l’applicazione dei criteri minimi sui diritti umani. Sull’Azerbaigian… il Consiglio d’Europa non ha alzato un dito, come non lo ha alzato sulla Turchia, dove il presidente Erdogan, che può permettersi di ricattare l’Europa sui profughi siriani, nonostante gli aiuti ricevuti, dichiara “ho rifondato la democrazia”. Ora, l’organismo nato per presidiare e difendere i valori e i principi per i quali abbiamo versato lacrime e sangue, di fatto sta avallando, il loro di modello, anche con la nostra complicità, quella dei paesi fondatori perché abbiamo smesso di scegliere, di decidere, di sorvegliare. Se tutto questo non ci piace però, possiamo riprenderci la nostra sovranità. Basta volerlo”.

La puntata di Report: Report Caviar democracy

La mia mail del 18 agosto 2016

Caro Franco, 
ti confesso che ero molto incerto circa il voto al prossimo referendum. Snellire le procedure, eliminare un po’ di burocrazia, abbassare il numero dei parlamentari sono da sempre obiettivi che condivido, ma qualcosa non mi ha mai convinto in questa proposta. Mi ripromettevo di approfondire al rientro dalle vacanze, poi ho letto questo post pubblicato sul tuo sito e credo di non averne più bisogno: “Oggi la Regione Puglia blocca assurdamente la costruzione del gasdotto Tap. La contesa? Lo spostamento di 123 ulivi. Il progetto Tap è di interesse italiano e comunitario: dal 2020 porterà 10 mld di metri cubi di gas dal cuore dall’Asia. Con la riforma, l’economia guadagnerà finalmente velocità”.
Ora, credo che una corretta informazione debba far notare ai cittadini che non sarà l’economia a guadagnarci, ma un esiguo gruppo di soliti noti, che il gas, con carbone e petrolio, è il maggiore responsabile dei cambiamenti climatici che già ci stanno costando enormemente in termini economici, ambientali e di vite umane. Una corretta informazione dovrebbe far notare al professor Carlo Fusaro che gas e gasdotti rappresentano il passato, non un passo avanti, che l’economia del futuro passa obbligatoriamente attraverso altre scelte e se vogliamo giocare un ruolo da protagonisti non possiamo permetterci di restare “schiavi” di Paesi ricchi di materie prime di cui non abbiamo bisogno. Un amico mi faceva notare che l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre… L’era del petrolio e del gas sta volgendo al termine perché esistono tecnologie più efficienti, moderne, democratiche e meno inquinanti. In conclusione non sono disposto a spostare neppure un ulivo per agevolare gli interessi di chi vorrebbe farci restare in un “medioevo energetico” e questa potrebbe già essere una ragione sufficiente per votare NO a una proposta sbandierata in difesa degli interessi popolari, che, appena approfondisci, scopri tutela le solite caste.

P.S. Un’ultima cosa: il passaggio sui Tap è una tua considerazione personale o del professor Fusaro?

Le risposte di Franco Abruzzo

È mia, ma si lega alla nuova norma sulla supremazia statale cancellata dalla riforma del 2001.
Caro Andrea, il mondo camminerà con il gas almeno per i prossimi 50 anni e, poi, la riforma perfetta non esiste.
Teniamoci gli ulivi e mandiamo l’Italia allo sbaraglio politico ed economico. Ciao

Domani

Mélanie Laurent14 ottobre 2016 – Mercoledì andrò al cinema con le mie figlie in un orario insolito, all’ora di pranzo. In ritardo di due settimane, perché Domani, il docu-film in programmazione al cinema Apollo di Milano, è uscito in Italia il 6 ottobre. Le aspettative sono molte e sono curioso di osservare le reazioni di Eleonora e Carlotta. Per invogliarle a seguirmi ho evidenziato che la protagonista e regista, Mélanie Laurent, è l’interprete di Shosanna del mitico Bastardi senza gloria e la violinista del meraviglioso Il concerto, entrambi del 2009, che abbiamo amato tutti e tre.
Non mi piace pubblicizzare qualcosa che non conosco e non ho mai recensito qualcosa che non abbia visto, ascoltato, toccato o vissuto, ma questa volta voglio fare un’eccezione. Da qualche anno tento di occuparmi di ambiente ed energia e in uno degli ultimi post ho sostenuto che la comunicazione ambientale dovrebbe essere più sexy. Il progetto di Mélanie Laurent e Cyril Dion nasce proprio da qui. Il presupposto di fondo è che annunciare catastrofi, ammucchiare i disastri ecologici ed economici non è sufficiente per coinvolgere la gente e invogliarla a porsi domande e trovare risposte. Abbiamo bisogno di immaginare il futuro e sognarlo, prima di implementarlo. Per raggiungere l’obiettivo, secondo gli autori, non esiste nulla di più potente del cinema.
Sono convinto sia una buona strada e lo dimostra anche il risultato straordinario che è stato raggiunto ancor prima dell’uscita nelle sale. Domani ci ricorda che il nostro futuro comincia adesso e ha raccolto oltre 400 mila euro in due mesi attraverso una campagna di crowdfunding lanciata per co-finanziare il film.
Un’attenzione che dimostra come anche argomenti ostici quali ecologia, crisi climatiche, finanziarie e democratiche possano suscitare un appeal inaspettato. Almeno così hanno pensato gli oltre diecimila francesi (10.266 persone, per essere esatti) che hanno raccolto l’appello e aperto il portafogli. “Siamo molto toccati, stupiti e notevolmente rafforzati da tutta questa energia positiva – hanno scritto nei ringraziamenti gli autori. – Il 27 maggio 2015 abbiamo lanciato questa campagna perché avevamo bisogno di 200 mila euro per iniziare le riprese. Tre giorni dopo, abbiamo raggiunto il nostro obiettivo”.
Il budget inizialmente previsto era di circa 950.000 € per viaggiare con un gruppo di sei persone attraverso Francia, Isola della Reunion, Danimarca, Finlandia, India, Gran Bretagna, Stati Uniti, Svizzera, Svezia e Islanda e mostrare le buone pratiche già sperimentate sul pianeta.
“Vogliamo mostrare come centinaia di persone in tutto il Mondo siano impegnate a cambiare la società. Decine di soluzioni di successo potrebbero essere riprodotte. Speriamo che possa ispirare centinaia di migliaia di altre persone ad agire e diffondere un messaggio positivo: è possibile creare un mondo in cui gli esseri umani e la natura vivono in armonia, a partire da oggi”.
Le aspettative sono alte, ma io ci credo.

Qui il video appello in francese sottotitolato in inglese pubblicato sulla piattaforma kisskissbankbank

Interview of Mélanie Laurent and Cyril Dion from Cyril Dion on Vimeo.

Corrispondenza dal Forum Sociale di Montreal

Nella quasi totale indifferenza dei media italiani si è concluso a Ferragosto il primo Forum Sociale Mondiale ospitato da un paese del Nord del Mondo. L’appuntamento di Montreal ha segnato un punto di svolta significativo anche per le tematiche energetiche lanciando un nuovo grido di battaglia: È ora di essere audaci. È ora di fare un balzo!
Questi i temi principali trattati dai delegati riunuti in Canada:
• Alternative economiche, sociali e di solidarietà per affrontare la crisi del capitalismo
• Democratizzazione della conoscenza e diritti della comunicazione
• Cultura della pace e lotta per la giustizia e la smilitarizzazione
• Decolonizzazione e autodeterminazione
• Difendere i diritti della natura e della giustizia ambientale
• Lotte globali e solidarietà internazionale
• Diritti umani e sociali, la dignità e la lotta contro la disuguaglianza
• Lotte contro il razzismo, la xenofobia, il patriarcato e il fondamentalismo
• Lotta contro la dittatura della finanza e la condivisione delle risorse
• Migrazione e cittadinanza senza frontiere
• Democrazia, movimenti sociali e cittadini
• Mondo del lavoro contro il neoliberismo
• Espressioni culturali, artistiche e filosofiche per un altro mondo possibile

Soprattutto dai rappresentanti canadesi sono arrivate proposte condivisibili e facilmente adattabili a qualsiasi contesto: “Non ci sono più scuse per costruire nuove infrastrutture che ci obbligano ad aumentare l’estrazione di gas e petrolio nei decenni a venire. La nuova ferrea legge di sviluppo dell’energia deve essere: se non lo vorresti nel tuo cortile, allora non dev’essere nel cortile di nessuno. Questo vale anche per gli oleodotti e i gasdotti.
È giunto il tempo della democrazia energetica: crediamo non solo nel cambiamento delle nostre fonti di energia, ma anche, ovunque sia possibile, che le comunità controllino collettivamente questi nuovi sistemi energetici”.

Mario Agostinelli, presidente Energia Felice, chimico-fisico, ricercatore dell'ENEA e opinionista per Il Fatto Quotidiano

Mario Agostinelli, presidente Energia Felice, chimico-fisico, ricercatore dell’ENEA e opinionista per Il Fatto Quotidiano

In considerazione della scarsa visibilità concessa dai mezzi di comunicazione italiani, più interessati alle sconcertanti polemiche sul burkini, ripropongo qui le preziose corrispondenze di Mario Agostinelli, presidente di Energia Felice, che ha seguito tutti i lavori del Forum.

Passaggio di testimone
Ecologia sociale e lotta alla povertà
Con Naomi Klein contro lo shale gas
È ora di essere audaci. È ora di fare un balzo!

Montreal: è ora di essere audaci. È ora di fare un balzo!

di Mario Agostinelli – Riporto un sunto del leapmanifesto (il manifesto per un balzo, www.leapmanifesto.org) distribuito dai comitati canadesi che lottano contro l’estrazione di shale gas e fossili e che contiene linee di indirizzo che non solo sono condivisibili, ma forniscono indicazioni per l’unificazione dei movimenti che lottano per un cambio del paradigma energetico attuale e contro i trattati commerciali iniqui come il TTIP. Energia Felice ha sottoscritto il documento.

Foresta amazzonica

Foresta amazzonica

“Ci stiamo allontanando drammaticamente dai nostri valori: il rispetto dei diritti degli indigeni, l’internazionalismo, i diritti umani, la diversità e la tutela ambientale.
Potremmo vivere in un Paese alimentato interamente da energia rinnovabile, collegati attraverso mezzi pubblici accessibili, dove posti di lavoro e opportunità in questa transizione siano sistematicamente progettati per eliminare razzismo e disuguaglianze di genere. La cura uno dell’altro e la cura del pianeta potrebbero essere i settori dell’economia in maggior crescita. Molte piú persone potrebbero avere lavori con meno ore di lavoro, lasciando molto piú tempo per far fiorire le nostre comunità.

I piccoli passi non ci porteranno più dove avremmo bisogno di arrivare. Pertanto dobbiamo fare un balzo.
Il salto deve iniziare dal rispetto del titolo e dei diritti dei custodi originari di questa terra: le comunità indigene che sono state in prima linea nel proteggere fiumi, coste, foreste e terreni non coinvolti nelle attività industriali. Vogliamo fonti di energia che durino un tempo immemorabile, senza esaurirsi o avvelenare la terra. Le innovazioni tecnologiche hanno reso questo sogno realizzabile. Recenti ricerche mostrano che il Canada può ricavare il 100% dell’energia elettrica da foni rinnovabili entro due decenni.

Non ci sono piú scuse per costruire nuove infrastrutture che ci obbligano ad aumentare l’estrazione nei decenni a venire. La nuova ferrea legge di sviluppo dell’energia deve essere: se non lo vorresti nel tuo cortile, allora non dev’essere nel cortile di nessuno. Questo vale anche per gli oleodotti e i gasdotti; il fracking nel New Brunswick, in Québec e nel British Columbia; l’aumento del traffico di petroliere al largo delle nostre coste; e i progetti minerari di proprietà canadese in tutto il mondo.
È giunto il tempo della democrazia energetica: crediamo non solo nel cambiamento delle nostre fonti di energia, ma anche, ovunque sia possibile, che le comunità controllino collettivamente questi nuovi sistemi energetici.

L’energia generata in questo modo non si limiterà a illuminare le nostre case ma redistribuirà ricchezza, rafforzerà la nostra democrazia e la nostra economia, inizierà a curare le ferite che risalgono alla fondazione di questo paese.
Un balzo verso un’economia non inquinante crea innumerevoli opportunità per tali “vittorie” molteplici. Vogliamo un programma generale per costruire case energeticamente efficienti e per l’ammodernamento delle abitazioni esistenti, che assicuri che le comunità e i quartieri a più basso reddito ne beneficino per primi e ricevano formazione e opportunità lavorative che riducano la povertà nel lungo termine. Vogliamo formazione e altre risorse per i lavoratori dei settori ad alta produzione di carbonio, che assicurino che siano perfettamente in grado di far parte dell’economia a energia pulita. Questa transizione dovrebbe comportare la partecipazione democratica dei lavoratori stessi.

Spostarsi verso un sistema agricolo molto più localizzato ed ecologico ridurrebbe la dipendenza dai combustili fossili, intrappolerebbe carbonio nel suolo e assorbirebbe gli shock improvvisi nell’approvvigionamento globale – oltre a produrre cibo più sano ed economico per tutti.

Chiediamo la fine di tutti i trattati commerciali che interferiscono con i nostri tentativi di ricostruire le economie locali, regolamentare le aziende e fermare i progetti estrattivi dannosi. Riequilibrando la bilancia della giustizia, dovremmo assicurare lo stato di immigrato e la piena protezione per tutti i lavoratori. Riconoscendo il contributo del Canada ai conflitti militari e al cambiamento climatico – elementi chiave nella crisi globale dei rifugiati – dobbiamo accogliere i rifugiati e i migranti che cercano sicurezza e una vita migliore.

Chiediamo che si discuta seriamente l’introduzione di un reddito minimo universale.
Il denaro di cui abbiamo bisogno per pagare questa grande trasformazione è disponibile – dobbiamo solo attuare le giuste politiche per rilasciarlo. Come interrompere i sussidi ai combustibili fossili. Tassare le transazioni finanziarie. Tasse più alte per le corporation e per i ricchi. Una tassa progressiva sul carbonio. Chiediamo incontri municipali in tutto il paese, dove i residenti possano riunirsi per definire democraticamente cosa significhi nelle loro comunità compiere un balzo autentico verso la prossima economia.

Inevitabilmente, questo ritorno a costruire dal basso condurrà a un rinnovo di democrazia a ogni livello di governo, facendo avanzare rapidamente verso un sistema in cui ogni voto conta e il denaro delle grandi aziende è eliminato dalle campagne politiche.

È ora di essere audaci. È ora di fare un balzo!

Montreal: con Naomi Klein contro lo shale gas

Naomi Klein

Naomi Klein

di Mario Agostinelli – Un lungo e lucido intervento della canadese Naomi Klein è stato accolto con ovazioni dai quattromila partecipanti a una delle venti grandi assemblee organizzate a Montreal per il Forum Sociale Mondiale.

L’intera assemblea, arricchita dalle comunicazioni di altri quattro speaker, è stata dedicata al rapporto tra cambiamento energetico e clima: decarbonizzazione e abbandono dell’estrazione dei fossili sono state le parole d’odine su cui si è sviluppato un ricco dibattito che qui sintetizzo:

Naomi Klein è partita da un duro intervento contro il governo che non ha concesso visti a attivisti palestinesi e africani di grande notorietà (Aminata Traoré tra questi) e che fa una campagna solo d’immagine, lasciando alle compagnie dello shale gas e delle sabbie bituminose privilegi fiscali e concessioni illegali all’esportazione. Si è chiesta se il “breakink point” per le emissioni di CO2 possa essere ancora considerato in termini di anni solari e non invece nella prospettiva di quante generazioni potranno subire lo scioglimento dei ghiacci e l’impoverimento delle colture agricole e alimentari. Urgenza è stato il termine più usato. Ha poi ricordato come l’occupazione in settori rinnovabili e nel risparmio moltiplichino per sei volte l’occupazione e come i green jobs diano benefici a tutte le generazioni. Molto dura con la politica che è inchiodata sulla distribuzione iniqua di ricchezza e non pone come priorità il cambiamento delle politiche energetiche e la lotta alle multinazionali sostenute dall’apparato militare.

Anne Celine Guyon è presidente dei comitati del Quebec che lottano per chiudere i pozzi di shale gas e i giacimenti di sabbie bituminose, in particolare intervenendo con le popolazioni sulla distruzione del paesaggio e sulla pericolosità del trasporto. Anche il sindacato del Quebec si oppone al progetto di estrazione da sabbie bituminose e scisti e la coalizione sociale si è arricchita di comitati locali (oltre 80) mobilitandosi per il blocco dei trasporti boicottando la costruzione di oleodotti. Chiedono rapporti con i movimenti europei perché prevedono che il futuro mercato sia quello del nostro continente. La loro battaglia contro il TTIP in tutte le versioni anche bilaterali è intransigente.

Maltè Lianos, argentina, è stata per me una graditissima sorpresa. Rappresenta un nuovo sindacato globale – Trade Unions for Energy Democracy – nato nel 2013 a cui partecipano diverse sigle sindacali tra cui la CGIL. Ha come programma la transizione energetica e dichiara che un’energia per il profitto contrasta un’energia per il lavoro. “Occorre superare il concetto di posto di lavoro” ha detto “come prodotto di un’economia a qualsiasi costo. Giustizia sociale e ecologia vanno di pari passo. Il futuro del lavoro non sta nel business as usual. La transizione non può affidarsi al mercato e perciò bisogna contrastare i pericolosissimi articoli sull’energia dei trattati commerciali, a partire dal TTIP. Interessantissima la valutazione di come le regole liberiste di mercato impediscono la nascita di sistemi energetici locali, diffusi, articolati, pubblici, fino a negare che i popoli indigeni abbiano loro sistemi energetici naturali. Il TTIP prevede neutralità per le tecnologie energetiche (il fracking o il nucleare stanno commercialmente sullo stesso piano, senza cenni agli effetti sanitari, ambientali, sociali).

Tadzo Muller, tedesco, ha richiamato la questione nucleare, asserendo che i costi dell’abbandono dei reattori civili ricadranno sulle popolazioni, che la transizione verrà protratta all’inverosimile e che il modello centralizzato – che significa potere – lotterà strenuamente per essere al più integrato, ma non sostituito.

Infine, Clayton Thomas Muller, un rappresentante del popolo Manitoba, provincia occidentale del Canada, che parla con nella destra una penna d’aquila, ha con lucida concretezza ricordato come le riserve indigene siano tutt’ora residui di colonizzazione e come la civiltà occidentale voglia imporsi senza ascolto e senza contaminarsi con altre culture. Facendo riferimento ai giovani che tornano alla terra ricorda che sono la generazione più sensibile al cambiamento climatico, che si rendono conto di quanto aumentino i parassiti e scarseggi l’acqua, mentre si innalzano le temperature. Conta il cambiamento strutturale, profondo, non l’illusione tecnologica. L’amore per la terra equivale al rispetto degli dei.

In conclusione, molta affinità con le riflessioni che sembrano maturare con forza anche nel Nord ricco del pianeta e che il mondo scientifico ha ormai fatto proprio. C’è qui una grande predisposizione del mondo religioso (i comboniani hanno tenuto una sessione sulla Cop 21) e una vivacissima attivazione dei giovani e giovanissimi. Molto lontana è invece la compenetrazione dei temi e l’unificazione delle campagne: qui nessuno conosceva le iniziative attive in Italia per le rinnovabili e per un diverso modello energetico, né quelle antiscisto, anti TTIP e contro il nucleare: eppure ci sono stati referendum di successo e grandi manifestazioni, che non riescono a elevarsi a un linguaggio universale. Un segno di reale difficoltà a fronte di poteri globali ovunque presenti e ferocemente determinati.