Montreal: ecologia sociale e lotta alla povertà

Murray Bookchin

Murray Bookchin

di Mario Agostinelli – Operaio, sindacalista, poi scrittore di successo e docente universitario, ma anche animatore di movimenti ecologici, pacifisti e antirazzisti, Murray Bookchin già trent’anni fa ragionava di limiti delle crescita e di declino dell’urbanizzazione espansiva.

I suoi scritti affermano che esiste una relazione olistica tra gli elementi naturali, inclusi gli esseri umani, e giungono ad affermare che l’ordine naturale non necessita di autorità o gerarchie.
L’ecologia sociale ritiene che la questione ecologica non possa essere disgiunta dai problemi sociali : i “mali” dell’una e dell’altro vengono attribuiti allo sviluppo del capitalismo e al conseguente consolidamento della società fondata su gerarchia e autoritarismo.

L’ecologia sociale ritiene che una visione ecologica della società permetta di escludere ogni tipologia di sfruttamento e di dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.
L’individuo è quindi collocato all’interno del tutto («visione olistica dell’universo»), al di là di ogni visione antropocentrica della natura, caratteristica di quasi tutte le discipline sociali, che di par suo ha favorito lo sviluppo dell’idea di dominio e dell’oppressione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

L’ecologia non può quindi che essere sociale, attenta cioè per prima cosa a «depurare» le relazioni sociali da ogni forma di coercizione e gerarchia e a valorizzare invece la varietà, la simbiosi, la libertà, la democrazia e la condivisione. In definitiva, non si può quindi essere ecologisti senza essere allo stesso tempo contro l’autoritarismo e la gerarchia, ossia, come dice Murray Bookchin, «l’ecologia, o è sociale o non è».

Prospettive dell’ecologia sociale
Gli ecologi sociali, che negli USA hanno nell’Institute for Social Ecology il centro nevralgico delle loro ricerche, ritengono che, affinchè l’ecologismo possa fornire risposte concrete alla crisi della nostra civiltà, sia necessario affrontare le dinamiche sociali che hanno prodotto la crisi (ecologica, politico e sociale), inserendole in una prospettiva rivoluzionaria.

Per Boohkhin è la natura stessa a fornire all’umanità le indicazioni sul da farsi.
L’uomo deve comprendere di essere parte integrante della natura e costruire una nuova prospettiva sociale, ecologicamente sana, e un nuovo metodo di vita basato sulle comunità autogestite, decentralizzate e democratiche: municipalismo libertario.

Quando il padre dell’ecologia sociale, Murray Bookchin, affermava negli anni Ottanta che l’idea sbagliata di poter dominare la natura nasce dal dominio molto reale dell’uomo sull’uomo, subiva il fuoco incrociato degli ambientalisti tout court, a cui interessavano ben poco i problemi sociali e consideravano l’ambiente una “contraddizione secondaria”.

“Un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale” che deve “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”.
Con Laudato Sì l’ecologia sociale si colloca dalla periferia al centro del discorso ecologico. Diventa difficile parlare delle foreste pluviali senza parlare dei popoli indigeni che ci abitano, della desertificazione e dei cambiamenti climatici senza guardare anche il destino di chi deve lasciare la propria terra perché non fornisce più cibo e risorse per vivere.

L’ecologia sociale non si esaurisce in misure parziali, non condivide la fiducia nelle tecnologie, non si riposa sul pessimismo culturale della “deep ecology” (che ritiene “che la specie umana, attraverso qualsiasi suo intervento possa essere solo una minaccia per la biosfera e compromettere l’ecosistema planetario), ma opera per una conversione ecologica guidata dall’impegno per la casa comune e per la giustizia globale oggi.
Viene condannato il pragmatismo utilitaristico che riduce la questione ambientale alla dimensione economica di costi/benefici.

La conversione ecologica dell’economia è la sfida dell’oggi: di fronte ai lavoratori che sono costretti a lavorare per aziende e produzioni inquinanti e energivore è necessario proporre alternative, che si basino sull’uscita dalla mercificazione utilitaristica e su una profonda riorganizzazione della società e una trasformazione del paradigma economico.

Cercare alternative produttive ed ecologiche, modalità organizzative con consumi non più sottoposti al profitto delle multinazionali significa concentrarsi sulla sobrietà e adottare un ciclo corto e prossimo nella produzione di beni, preservando e mantenendo il controllo pubblico di quelli che si definiscono “comuni”.

Lottare per evitare che le regioni del Nord diventino solo piattaforme logistiche per la popolazione lavorativa e un concentrato del potere economico e finanziario per i capitalisti è la faccia di una medaglia della lotta nel Sud del mondo contro lo sfruttamento di ambiente e persone.
Favorire politiche di contenimento dei consumi energetici attraverso, ad esempio, la coibentazione degli appartamenti di edilizia popolare contribuisce a evitare il fenomeno della morosità di chi non riesce a pagare utenze elettriche e di riscaldamento.

Montreal: il passaggio di testimone

di Mario Agostinelli – Strana città Montreal. Un po’ New York con però tutti grattacieli cuspidati (missili puntati?), un po’ England con le pietre e mattonelle rosse che si infilano tra le chiese di arenaria, un po’ Alsazia per il neo gotico grigio delle cattedrali (numerosissime), un po’ Buenos Aires per i frequentissimi murales che trovi in ogni spazio pubblico, un po’ Oslo per il retroterra verde collinoso tutto boschi e un po’ Genova per il porto e le locande sul mare e tra i pontili.

Qui il Forum Sociale Mondiale sta giocando una sfida generazionale e geografica importante. Rimane tuttora la riunione più ampia di società civile che cerchi soluzioni di giustizia all’emergenza e all’incertezza di un futuro migliore per la nostra specie. Dal primo Forum (2001) a Porto Alegre a oggi le speranze si sono affievolite soprattutto in termini di rapporti di forza, ma, fortunatamente, la consapevolezza della crisi del modello di crescita distruttiva è aumentata e gli obbiettivi dei movimenti sono meno generali e più alla portata dell’esperienza quotidiana e delle lotte territoriali. Quel che è rimasto del precedente FSM a guida brasiliano-francese – progettato e vissuto come contrappunto alternativo al neoliberismo di Davos e come forza spendibile per il cambiamento a livello globale anche in relazione alla crescita dei BRICS – si sposta nel “centro dell’Impero”, punta anche sulle novità politiche e intellettuali del Nord del mondo, cambia la gerarchia degli slogan e della comunicazione.

In testa nettamente il clima, lo spreco di energie fossili e le nuove tecnologie di estrazione, il diritto all’emigrazione e l’abolizione delle barriere ai diritti umani, la minaccia nucleare e il diritto della pace. L’uguaglianza sociale e la lotta al capitalismo e alla rapina del liberismo sono coniugate attraverso queste lenti. Gli slogan multicolori trascinati cantando per il corteo di apertura il 9 Agosto alludevano quasi esclusivamente a questi temi.

Montreal. manifestazione apertura FSM

Montreal. manifestazione apertura FSM

Buon segno: significa aggiornare un progetto ambientale politico sociale nato a inizio millennio, rispetto alle emergenze che l’attaccamento al contingente, al parziale, al presente tout court della classe dirigente mondiale, impedisce di affrontare, per non dover spostare il dibattito politico sociale dalla continuità dell’economia dominante al futuro che viene a mancare. Così come è buon segno il cambio di testimone generazionale avvenuto in un luogo mai sfiorato prima dal Forum: la gioventù canadese e statunitense, presente in massa e con creativa allegria al corteo, ha sfilato per oltre un’ora, mescolata ai più anziani fondatori di Porto Alegre, Mumbay, Bamakò, Nairobi, che procedevano un po’ affaticati dal sole radente, ma sorridenti e applauditi.

Per consolidata esperienza sindacale potrei dare i numeri del grande corteo di apertura che si è snodato lungo le ampie circolari fino alla piazza Centrale di Montreal: 20 per fila, una sfilata di 100 minuti abbondanti, 12 file al minuto + almeno la metà dei manifestanti a scorrere e attendere a fianco del percorso fanno 40.000 circa. Alla fine, in piazza, durante i concerti di 12 bands fino a mezzanotte, si alterneranno 50.000 spettatori. Insisto: i presenti erano quasi tutti giovani sui 20 anni (più ragazze che ragazzi e molte unite in gruppi femministi) mentre era completamente svanita la generazione tra i 35 e i 55 anni, non certo rimpiazzati dai resistenti over 60. Dal punto di vista della provenienza: italiani da contarsi sulle dita di una mano, tedeschi forse una cinquantina, un centinaio di francesi organizzati e visibili, gruppi folti di giovani brasiliani contro il golpe presidenziale, africani, profughi di guerra siriani e somali, molte presenze di chiese locali e una folta delegazione del consiglio mondiale dei missionari comboniani. Rappresentanti politici nessuno.

Referendum, dichiarazione a caldo di Mario Agostinelli

“Vince il calcolato cinismo dei non votanti. Nessun rispetto per loro, perché non è stata l’incertezza sul sì o sul no la loro consigliera, bensì la convinzione di non poter essere maggioranza in una partita senza trucco, in una alzata di mano in cui non ci si può nascondere. Consegnarsi a Renzi e ai suoi potenti reggitori rinunciando al potere del voto, appare un rischio sempre più gravido di conseguenze per il futuro e una rotta di collo che preclude la risorsa della partecipazione e prepara una alternativa autoritaria.
Un episodio sventurato, offerto come uno scalpo dal capo del Governo ai “lavoratori e agli ingegneri delle piattaforme”, negli stessi giorni in cui almeno 50.000 addetti alla distribuzione del gas delle ex-municipalizzate in via di privatizzazione perdono diritti e pensioni nel silenzio della politica e nella noncuranza delle istituzioni. Usare il lavoro contro l’ambiente fa bene solo a chi sfrutta l’uno e l’altro”.

Appello di Energia Felice al governo Letta

Mario Agostinelli e il movimento Energia Felice stanno raccogliendo le firme per presentare una petizione al governo in merito alla SEN (Strategia Energetica Nazionale). Mi sembra ben strutturata e l’ho firmata. I punti principali sono: “Chiediamo quindi che il Governo Letta non dia corso a questa SEN e che invece vari una strategia energetica di transizione, che in sintonia con le scelte europee, sostenga:
• alt al carbone e alle trivellazioni per il petrolio,
• no alla proliferazione di rigassificatori e depositi del gas,
• un piano per la ricerca, a partire da quella pubblica, nei settori energetici più avanzati,
• un piano industriale realistico per l’attuazione dei tre 20% e degli obiettivi della road map UE al 2030 in raccordo con i Piani energetici di cui, almeno alcune Regioni si sono già da tempo dotate e con una capacità di coordinamento dei PAES comunali”.
Sarebbe importante avere anche il vostro consenso

qui trovate il testo completo

questo, invece, è l’elenco dei primi firmatari